di Leonida Colamarino
Si incamminava ogni mattina verso la scuola, pensando già al suono dell’ultima campanella che l’avrebbe reso libero, perché in classe doveva stare super fermo, super attento e in super silenzio.
La mattina nel vederlo entrare a scuola con la testa fra le nuvole, trascinando la cartella, nessuno avrebbe dato fiducia e valore a quella piccola peste.
Oreste, questo era il suo nome, entrava in classe e subito svuotava lo zaino, riponendo sotto al banco insieme ai libri e quaderni qualche giochino portato con sé da casa.
Quella mattina per Oreste svuotare lo zaino e sistemare tutto sotto al banco fu più lungo e complicato perché di giochini ne aveva portati veramente troppi.
Mentre Oreste era intento a sistemare, entrò la maestra Rosa con i suoi capelli raccolti al centro della testa, i suoi occhiali sulla punta di un naso, alquanto pronunciato, ed il registro di classe in mano.
Nel vedere Oreste trafficare sotto al banco subito lo richiamò, pensando ad un’altra giornata col suo nome sulle labbra.
Intanto Oreste, preso dal sistemare, non si accorse della maestra, perciò quando ella gridò: «Oreste! Che stai facendo sotto al banco?» lui, colto di sorpresa, trasalì e nell’alzarsi batté la testa sul bordo del banco. Dal dolore gridò: «Hai che male!» e subito si portò il palmo della mano alla fronte, avvertendo già il bernoccolo spuntare.
La maestra spaventata si precipitò verso Oreste, facendo rovesciare il banco: a quel punto tutti scoprirono cosa c’era lì sotto…con il rovesciamento del banco andò in fumo il piano che Oreste aveva elaborato per l’evento del giorno: la gara delle tabelline.
Oreste sapeva bene che durante la gara, la maestra e alcuni alunni si sarebbero divertiti a prendere in giro alcuni amici poco capaci di memorizzare numeri e nomi, allora aveva deciso di aiutare gli “smemorini”.
Infatti tutto il pomeriggio del giorno precedente, tra una pagina di storia ed un problema di geometria, pensò a come sostenerli. Nel riflettere ricordò l’incontro del suo vicino, all’uscita della scuola
Ciro, uomo sui cinquant’anni, che tornava a casa insieme al suo cane Ken con un passo lento ed un viso triste. Oreste lo salutò con un gioioso sorriso poi gli si affiancò e gli chiese se poteva rincasare con lui, portando Ken al guinzaglio. La risposta di Ciro all’inizio titubante si trasformò in un sonoro “SIIII!”. Rientrando chiacchierarono della giornata a scuola e di cosa avrebbero mangiato a casa.
Al momento del saluto, Oreste ringraziò il suo vicino di avergli permesso di portare Ken, cosa che desiderava da tanto, ed il signor Ciro con un sorriso lo salutò, rientrando in casa con un viso decisamente più sereno.
Questo episodio gli fece capire che per aiutare gli amici beffeggiati doveva fare ciò che piaceva a lui. Allora decise che l’indomani avrebbe capovolto le regole del gioco: ad ogni risposta sbagliata avrebbe dato un premio.
In questo modo da un lato avrebbe consolato e dato valore agli amici in difficoltà e dall’altro avrebbe dimostrato ai “sapientini” che l’Amicizia vale più di una tabellina.

