È cominciato domenica 6 novembre, la ventisettesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, a Sharm el-Sheikh, in Egitto.
Duecento nazioni, migliaia di delegati governativi, scienziati, rappresentanti di istituzioni internazionali e ong, centinaia di giornalisti all’International convention centre di Sharm el-Sheikh.
L’Obiettivo è dare finalmente attuazione concreta all’Accordo di Parigi e agli impegni della comunità internazionale in materia climatica.
Gli ultimi 8 anni sono stati i più caldi fra quelli registrati finora, alimentati da concentrazioni sempre crescenti di gas serra e dal calore accumulato nel mare.
Questo aumento delle temperature è dovuto all’aumento delle concentrazioni dei principali gas serra nell’atmosfera (anidride carbonica, metano, diossido di azoto). Questi gas hanno raggiunto livelli record nel 2021, e continuano a salire nel 2022. Il caldo fa sciogliere le calotte polari e i ghiacciai, e provoca l’innalzamento del livello dei mari, che minaccia stati insulari e territori costieri.
Ma il mondo è ancora lontanissimo dall’evitare una catastrofe climatica anche se dall’accordo raggiunto nel dicembre 2015 a Parigi, sono passati ormai sette anni, e indicare una strada per limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 1,5 gradi centigradi, entro la fine del secolo, siamo lontanissimi dall’obiettivo.
L’obiettivo della Cop 27 è indicare un percorso chiaro, privo di equivoci e condiviso dal mondo intero per abbattere le emissioni.
I paesi in via di sviluppo e più poveri della Terra sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, ma ne patiscono le conseguenze peggiori. Anche con un calo drastico e immediato delle emissioni, infatti, una parte degli impatti del riscaldamento globale sono ormai inevitabili, e colpiscono proprio le regioni meno fortunate del Pianeta: sia per ragioni geografiche, sia poiché mancano le risorse, appunto, per adattarsi al cambiamento in atto.
Il contesto geopolitico ed economico non appare favorevole. Non solo per le tensioni tra Russia e Occidente legate alla guerra in Ucraina. Ma anche per via della crisi energetica, che anziché spingere ad investire in modo massiccio sulle rinnovabili, sta convincendo una serie di nazioni, Italia inclusa, a tenere in vita le risorse fossili o a puntare sulla costruzione di nuovi reattori nucleari.
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