I primi momenti di vita di una piccola tartaruga marina non sono facili, tutto comincia sotto la sabbia umida di una spiaggia, a mezzo metro di profondità, vicino a un centinaio di sorelle che escono contemporaneamente dalle uova deposte dalla madre in un unico nido.
I piccoli rettili, lunghi 6-7 cm, devono mettercela tutta per farsi largo tra i loro simili e la sabbia e riuscire a vedere la luce. A volte impiegano diversi giorni per raggiungere la superficie.
Poi, devono superare le poche decine di metri che le separano dal litorale, evitando i predatori che le attendono per raggiungere le onde che rappresentano la salvezza.
Dal cielo, gabbiani in picchiata afferrano le piccole tartarughe con il grande becco. Per i piccoli rettili non c’è scampo ma un gabbiano può catturare una sola tartaruga alla volta e non ci sono abbastanza uccelli per catturarle tutte, così la maggior parte raggiunge la riva. Ma vicino all’acqua, devono fare i conti con i velocissimi granchi fantasma. Nei primi metri d’acqua poi le piccole devono fare attenzione ai pellicani, che le pescano con i loro enormi becchi.
In pochi minuti le superstiti si disperdono e nuotano decise verso il mare aperto!
A 6-7 anni dalla nascita, è facile che le tartarughe comuni abbiano percorso 6 mila km in mare; molte di loro sono abbastanza grandi da dirigersi verso le acque calde del Mar dei Caraibi, un luogo dove accrescersi ancora.
Spesso, quando cadono in trappola sono condannate a morte; a volte però riescono a tagliare la lenza con il becco e si allontanano con l’amo in gola. La loro capacità di guarigione è tale che la ferita può chiudersi completamente. L’amo, sceso nello stomaco, può rimanere lì per anni, nonostante i succhi gastrici.
Ogni anno più di 200.000 tartarughe marine vengono catturate per errore ma non tutte muoiono o sono ferite. L’uso di reti appositamente progettate con aperture di fuga e ami modificati sta riducendo il numero di animali intrappolati.

