Il foglio di Nora aveva un angolo piegato e una macchia d’inchiostro proprio accanto all’ultima frase. La maestra Ersilia lo stava leggendo dopo aver corretto gli altri temi, quando si fermò su quelle poche parole scritte con una calligrafia ancora incerta.
«Nel nostro paese, tanti anni fa, non succedeva quasi niente.»
Rilesse la frase, poi tornò all’inizio del compito.
Nora aveva descritto con precisione la piazza, la strada che conduceva alla scuola, il negozio dove acquistava la merenda e il giardino nel quale giocava con gli amici. Conosceva i nomi delle vie e sapeva indicare il percorso più breve per raggiungere la biblioteca, ma quando aveva provato a immaginare il paese nel passato, non era riuscita ad andare oltre qualche casa antica e una strada senza automobili.
La maestra si accorse che anche negli altri temi mancava qualcosa. I bambini conoscevano bene il luogo in cui vivevano, eppure sembravano ignorare quasi completamente la vita delle persone che li avevano preceduti.
La mattina seguente, invece di cominciare la lezione di storia prevista dal programma, Ersilia restituì i quaderni e si sedette davanti agli alunni.
«Vorrei farvi una domanda. Sapete raccontarmi come vivevano i bambini di questo paese quando i vostri nonni avevano la vostra età?»
Giona alzò subito la mano.
«Non avevano i videogiochi!»
«Questo è certo», rispose la maestra, divertita. «Ma che cosa facevano durante il giorno? Dove andavano a scuola? Come si divertivano?»
Leda ricordò che sua nonna le aveva parlato di una scuola con i banchi di legno, mentre Nora confessò di non aver mai chiesto nulla ai propri familiari.
«Io so come vivevano gli antichi Egizi», osservò Giona. «Però non so nemmeno dove andasse a scuola mio nonno.»
La maestra lasciò che i bambini discutessero ancora per qualche minuto.
Poi propose qualcosa di diverso.
Durante le settimane successive avrebbero dedicato una parte delle attività scolastiche alla conoscenza della storia del paese, cercando testimonianze, osservando edifici e luoghi, incontrando persone e consultando documenti.
«Maestra, dobbiamo fare una ricerca?» domandò Leda.
«Sì, ma non voglio che passiate tutto il tempo davanti ai libri. Vorrei che imparaste a cercare le risposte anche fuori da questa aula.»
«E dove?» chiese Giona.
«Cominciamo dalle vostre case. Spesso le persone che incontriamo ogni giorno conoscono storie che non abbiamo mai pensato di ascoltare.»
Quel pomeriggio i bambini tornarono a casa con un compito insolito: parlare con un adulto che ricordasse qualcosa della propria infanzia e annotare ciò che avrebbe raccontato.
Nora raggiunse la nonna, che stava sistemando alcune piante sul balcone.
«Nonna, tu andavi nella mia stessa scuola?»
La donna smise di togliere le foglie secche da un vaso.
«No, cara. Quando ero piccola, la vostra scuola non esisteva ancora.»
Nora rimase sorpresa.
«E allora dove andavi?»
La nonna le spiegò che le lezioni si tenevano in un altro edificio e che, per raggiungerlo, percorreva a piedi un tratto di strada insieme ad altri bambini.
«Durante i mesi più freddi faceva freddo?» domandò Nora.
«Eccome. Nella nostra aula c’era una stufa, ma non sempre bastava a scaldarci come avremmo voluto.»
«E avevate i termosifoni?»
«Non in quella scuola.»
«La palestra?»
«Neppure.»
«E la lavagna elettronica?»
La nonna scoppiò a ridere.
«Se continui così, mi chiederai anche dove parcheggiavamo le astronavi!»
Nora rise con lei, ma non smise di fare domande.
Voleva sapere quali libri utilizzassero, come fossero organizzate le lezioni, quali giochi facessero durante la ricreazione e se gli insegnanti assegnassero molti compiti.
La nonna ricordò episodi piacevoli, qualche rimprovero e alcune amicizie che erano continuate anche dopo la scuola.
Quando Nora tornò nella propria stanza, riempì quasi due pagine del quaderno.
Non avrebbe mai immaginato che una conversazione così semplice potesse farle scoprire tante cose.
Il giorno seguente, in classe, tutti avevano qualcosa da raccontare.
Giona aveva scoperto che il nonno, da ragazzo, percorreva a piedi una strada di campagna per raggiungere la scuola e che talvolta, durante l’inverno, il tragitto diventava particolarmente difficoltoso.
Leda aveva parlato con una vicina di casa che ricordava le botteghe frequentate dalle famiglie quando molti oggetti venivano riparati anziché sostituiti.
Altri bambini avevano ascoltato racconti sui giochi tradizionali, sui lavori agricoli, sulle feste e sulle attività che un tempo animavano le strade.
Ersilia raccolse le testimonianze e le rilesse insieme agli alunni.
Si accorsero presto che alcuni racconti presentavano differenze.
Una persona ricordava un’attività commerciale in una determinata strada, mentre un’altra sosteneva che, durante la propria infanzia, si trovasse in un luogo diverso.
«Allora qualcuno si è sbagliato», concluse Giona.
«Può darsi», rispose la maestra. «Oppure le due persone stanno ricordando periodi differenti. Proviamo a scoprirlo prima di decidere.»
La classe comprese che la memoria era preziosa, ma che per ricostruire gli avvenimenti del passato occorreva confrontare i racconti con altre testimonianze e documenti.
Iniziò così una ricerca che, settimana dopo settimana, li avrebbe portati molto lontano dalle pagine del libro di storia.
La prima visita fu dedicata a un’antica bottega del paese.
Il signor Beniamino, un artigiano ormai in pensione, li accolse in un locale dove conservava ancora alcuni strumenti utilizzati durante la propria attività.
L’odore del legno riempiva la stanza. Sulle pareti erano appesi attrezzi di forme differenti e sopra un banco si trovavano piccoli pezzi di materiale lasciati dalle ultime lavorazioni.
«Sapete dirmi a che cosa serviva questo?» domandò Beniamino, mostrando uno strumento.
I bambini provarono a indovinare, ma nessuno riuscì a dare una risposta corretta.
L’artigiano ne spiegò l’utilizzo e raccontò come avesse imparato il mestiere osservando persone più esperte.
«Quando ho cominciato, facevo soprattutto domande», disse. «E spesso mi rispondevano che prima dovevo imparare a guardare.»
Leda sorrise.
«Proprio come ci dice la maestra!»
Beniamino mostrò loro alcune lavorazioni e preparò una piccola attività con materiali e strumenti adatti alla loro età. I bambini poterono osservare le caratteristiche del legno e comprendere quanta attenzione fosse necessaria anche per realizzare un oggetto semplice.
Giona cercò di mettere insieme due piccoli elementi, ma non riusciva a farli combaciare.
«Pensavo fosse più facile.»
«Anch’io, la prima volta», rispose Beniamino.
Prima di andare via, Nora gli chiese se gli mancasse il lavoro.
L’uomo rimase qualche istante in silenzio.
«Mi manca soprattutto il rumore della bottega quando era piena di persone.»
Quella risposta colpì la bambina più della spiegazione sugli attrezzi.
Per la prima volta aveva pensato a un mestiere attraverso i ricordi di chi lo aveva svolto per tanti anni.
Nei giorni successivi, la classe incontrò altre persone disponibili a raccontare le proprie esperienze.
Alcuni anziani parlarono delle attività agricole e delle difficoltà incontrate dalle famiglie quando molti lavori richiedevano un intenso impegno manuale. Altri ricordarono il tempo trascorso nei campi, le giornate dedicate alla preparazione del pane, gli spostamenti a piedi e le occasioni nelle quali gli abitanti si ritrovavano.
I bambini ascoltarono anche testimonianze relative ai giochi dell’infanzia.
Scoprirono che, in mancanza dei giocattoli oggi più comuni, molti bambini costruivano oggetti con materiali semplici e inventavano giochi da fare insieme.
Durante un incontro, un anziano insegnò loro le regole di un gioco praticato da ragazzo.
Giona, convinto di aver capito tutto, cominciò a muoversi prima del proprio turno.
«Hai già perso!» gli gridò Leda.
«Ma non avevate detto che bisognava correre?»
«Sì, ma dopo il segnale!»
L’anziano rise e ricominciò la spiegazione.
Quel pomeriggio la lezione fu così divertente che alcuni bambini decisero di riproporre il gioco ai compagni durante la ricreazione.
Intanto, in classe, i quaderni cominciavano a riempirsi di appunti.
Ersilia aveva organizzato anche una visita all’archivio comunale, dove un addetto mostrò alcune riproduzioni di documenti storici e spiegò ai bambini come venissero conservate le informazioni relative alla vita del paese.
I piccoli ricercatori impararono che le fotografie possono aiutare a comprendere i cambiamenti, ma che occorre conoscerne la provenienza e, quando possibile, il periodo nel quale furono scattate.
Scoprirono che anche i documenti possono essere incompleti e che alcune domande richiedono ricerche lunghe e pazienti.
Nora, abituata a trovare una risposta alla fine di ogni esercizio, cominciò a comprendere che non tutte le ricerche terminano con una certezza.
Un giorno la maestra chiese agli alunni quale luogo desiderassero conoscere meglio.
Leda propose di approfondire la storia delle scuole frequentate dalle generazioni precedenti. Giona avrebbe voluto scoprire quali attività commerciali esistessero nelle strade del centro.
Nora, invece, osservò che fino a quel momento avevano incontrato soprattutto uomini che raccontavano i propri mestieri.
«Maestra, possiamo chiedere anche alle donne come trascorrevano le giornate? Mia nonna dice che quando era giovane aveva sempre tante cose da fare.»
Ersilia accolse volentieri la proposta.
Le ricerche continuarono attraverso testimonianze di donne che avevano lavorato nei campi, gestito attività commerciali, contribuito alle imprese familiari, svolto lavori domestici e cresciuto figli in condizioni molto differenti da quelle attuali.
Alcune avevano avuto la possibilità di proseguire gli studi, altre avevano dovuto interromperli.
Non tutte ricordavano quel periodo nello stesso modo. Qualcuna raccontava con piacere le amicizie e le feste, mentre altre parlavano soprattutto delle difficoltà affrontate.
Un pomeriggio, la classe si recò nella parte più periferica del paese, dove una strada diventava sempre più stretta prima di raggiungere alcune abitazioni circondate da piccoli orti.
Nell’ultima casa viveva la signora Cesira.
Era una donna anziana, conosciuta per il suo carattere riservato. Trascorreva buona parte delle giornate occupandosi delle piante e della casa, e raramente partecipava alle iniziative pubbliche.
La maestra aveva chiesto in precedenza se fosse disponibile a incontrare i bambini, ma Cesira non aveva dato una risposta precisa.
Quando li vide arrivare, si affacciò alla porta.
«Che cosa cercate?»
Ersilia le spiegò il progetto e le domandò se desiderasse raccontare qualcosa della propria infanzia.
La donna scosse la testa.
«Non credo di potervi aiutare. Non ho mai fatto nulla di straordinario.»
Nora si avvicinò di qualche passo.
«Ma quando eri piccola andavi a scuola?»
«Certo che ci andavo.»
«E poi?»
«Poi sono cresciuta, ho lavorato e ho fatto quello che c’era da fare, come tante altre persone.»
La bambina avrebbe voluto continuare, ma la maestra le fece capire che era meglio non insistere.
Ringraziarono Cesira e ripresero la strada.
Durante il ritorno, Nora rimase pensierosa.
«Maestra, secondo te perché ha detto che non ha mai fatto niente di speciale?»
Ersilia rifletté prima di rispondere.
«Forse non le piace parlare di sé. Oppure pensa che le sue esperienze non possano interessare agli altri.»
«Però ha vissuto qui tanti anni.»
«È vero.»
«E allora avrà visto cambiare tante cose.»
La maestra annuì.
Nora continuò a guardare verso la casa, ormai quasi nascosta dietro una curva della strada.
Non riusciva a capire perché quella donna fosse convinta di non avere nulla da raccontare.
Le settimane passarono e il progetto cominciò a suscitare interesse anche fuori dalla scuola.
I bambini parlavano delle proprie scoperte a casa. I genitori raccontavano ciò che avevano ascoltato ad amici e conoscenti. Alcuni anziani si offrivano spontaneamente di incontrare la classe.
Un commerciante recuperò fotografie di una vecchia attività. Una famiglia mise a disposizione, per la consultazione, alcuni documenti conservati da molti anni. Un artigiano propose di spiegare come fossero cambiati gli strumenti utilizzati nel proprio lavoro.
La biblioteca del paese accolse una piccola selezione dei materiali prodotti dagli alunni, mentre la scuola organizzò un pomeriggio dedicato alla condivisione delle esperienze con le famiglie.
Non si trattava di una festa con spettacoli e grandi preparativi. I bambini avrebbero mostrato alcuni lavori e raccontato le esperienze che li avevano maggiormente colpiti.
Il pomeriggio dell’incontro, l’aula si riempì di genitori, nonni e abitanti incuriositi.
Sui tavoli erano stati sistemati quaderni, disegni, fotografie utilizzate con il permesso dei proprietari e brevi testi preparati dalla classe.
Giona raccontò la visita alla bottega del signor Beniamino, mostrando il piccolo oggetto che aveva realizzato durante il laboratorio.
Leda parlò delle scuole del passato e delle differenze emerse dalle testimonianze.
Nora descrisse il lavoro di alcune donne che avevano raccontato la propria esperienza, soffermandosi soprattutto sulle attività quotidiane.
«Prima pensavo che per studiare la storia bisognasse conoscere soltanto i personaggi famosi», spiegò. «Adesso mi accorgo che ci sono tante cose interessanti anche nella vita delle persone che abitano qui.»
Tra i presenti qualcuno annuì, mentre una donna chiese se i bambini avessero raccolto testimonianze relative ai lavori svolti nelle abitazioni.
Da quella domanda nacque una conversazione alla quale parteciparono diverse persone.
Si parlarono di abitudini familiari, di cambiamenti e di lavori che oggi si svolgono in maniera diversa.
Terminato l’incontro, gli adulti rimasero per qualche tempo a osservare gli elaborati.
Alcuni riconobbero luoghi raffigurati nei disegni e aggiunsero informazioni che la classe avrebbe successivamente controllato.
Fu allora che Nora notò una presenza inaspettata.
Vicino alla porta, con una borsa stretta tra le mani, c’era la signora Cesira.
Non l’aveva vista entrare.
La donna osservava uno dei quaderni esposti e sembrava incerta se fermarsi ancora.
Nora si avvicinò.
«Buonasera, signora Cesira.»
«Buonasera.»
«È venuta a vedere quello che abbiamo fatto?»
«Una vicina mi ha parlato del vostro lavoro. Ero curiosa.»
Nora le mostrò alcune pagine e le spiegò come avevano raccolto le testimonianze.
Cesira ascoltò senza interrompere.
Poi indicò una fotografia che ritraeva un’aula scolastica di molti anni prima.
«Da bambina ho frequentato una scuola simile.»
«Davvero?»
«Sì. Però ho studiato meno di quanto avrei desiderato.»
Nora non seppe che cosa rispondere.
Cesira osservò ancora la fotografia, poi salutò la bambina e uscì.
Quella sera, a casa, Nora raccontò alla madre di aver incontrato la signora dell’ultima casa.
«Ha detto che avrebbe voluto studiare di più.»
«Forse per lei è un ricordo importante», rispose la madre.
Nora continuò a pensarci.
Nei giorni successivi scrisse alcune domande sul quaderno, senza sapere se avrebbe mai avuto occasione di rivolgerle a Cesira.
Voleva capire quali materie le piacessero, perché avesse interrotto gli studi e se avesse continuato a leggere anche da adulta.
Un pomeriggio, mentre la classe stava organizzando gli ultimi materiali della ricerca, la maestra ricevette una telefonata.
Era proprio Cesira.
La donna desiderava incontrare nuovamente i bambini.
«Se siete ancora interessati, potete venire a trovarmi», disse. «Ho ripensato alle vostre domande.»
Qualche giorno dopo, Ersilia accompagnò un piccolo gruppo di alunni alla casa in fondo alla strada.
Questa volta il cancello era aperto.
Nel cortile Cesira aveva preparato alcune sedie. Su un tavolino c’erano biscotti, bicchieri d’acqua e un quaderno dalla copertina consumata.
Nora lo notò immediatamente.
«È un quaderno di quando andavi a scuola?»
Cesira lo prese con delicatezza.
«Sì. È uno dei pochi che ho conservato.»
Lo aprì e mostrò alcune pagine ingiallite, sulle quali si distinguevano esercizi di scrittura, operazioni e brevi componimenti.
La bambina osservò la calligrafia ordinata.
«Scrivevi benissimo!»
Cesira sorrise.
«Mi piaceva molto scrivere. Cercavo sempre di fare i compiti con attenzione.»
Giona domandò perché non avesse continuato gli studi.
La donna rimase qualche istante in silenzio.
«Nella mia famiglia, a un certo punto, c’era bisogno che aiutassi in casa e in alcune attività. Le possibilità erano diverse da quelle di oggi e la mia esperienza fu questa. Avrei voluto continuare, ma non fu possibile.»
Nora guardò nuovamente il quaderno.
Cesira raccontò che, nonostante tutto, non aveva mai abbandonato il piacere della lettura.
Quando ne aveva l’occasione, leggeva libri e giornali. Negli anni successivi aveva anche aiutato alcune persone a scrivere lettere destinate a familiari che vivevano lontano.
«Perché non le scrivevano da sole?» domandò Leda.
«C’erano persone che avevano poca dimestichezza con la scrittura, altre che preferivano farsi aiutare. Io cercavo di trovare le parole giuste per quello che desideravano dire.»
«E che cosa scrivevano?» chiese Giona.
«Di tutto. Notizie sulla famiglia, saluti, racconti della vita quotidiana. Qualche volta chiedevano informazioni sul lavoro o raccontavano che qualcuno stava male.»
Cesira spiegò che alcune lettere erano state conservate, ma che preferiva non mostrarle perché contenevano ricordi personali appartenenti anche ad altre persone.
I bambini compresero e non insistettero.
La donna continuò a parlare della propria vita.
Raccontò le giornate trascorse tra il lavoro e la famiglia, il tempo dedicato ai figli e le difficoltà che aveva affrontato senza considerarle, fino a quel momento, qualcosa di degno di essere raccontato.
Descrisse il paese com’era quando era giovane, le attività che si svolgevano nelle strade, le persone che animavano la vita quotidiana e i cambiamenti ai quali aveva assistito.
A volte si fermava, cercando di ricordare un nome o un particolare. Altre volte correggeva ciò che aveva appena detto.
«Aspettate, forse quel negozio aveva già cambiato proprietario. Non ne sono sicura.»
La maestra la rassicurò.
«Non abbiamo fretta. Le informazioni che non ricordiamo con precisione possiamo provare a verificarle.»
Cesira annuì e continuò.
Quando il sole cominciò a scendere dietro le case, Nora si accorse che avevano trascorso gran parte del pomeriggio ad ascoltarla.
Eppure avrebbe voluto rimanere ancora.
«Signora Cesira, posso chiederti una cosa?»
«Dimmi.»
«Perché la prima volta ci hai detto che non avevi fatto niente di importante?»
La donna guardò il vecchio quaderno che teneva sulle ginocchia.
«Perché ho sempre pensato che la storia riguardasse soprattutto i grandi avvenimenti, le persone famose e le cose scritte nei libri. La mia vita mi sembrava troppo normale.»
«Ma noi abbiamo imparato tantissimo», rispose Nora.
Cesira la osservò con un’espressione sorpresa.
«Davvero?»
«Sì. Io non sapevo che alcune persone scrivessero lettere per altre. E non avevo mai pensato che si potesse desiderare tanto di continuare la scuola senza averne la possibilità.»
La donna rimase in silenzio.
Poi chiuse lentamente il quaderno.
«Allora sono contenta di avervelo raccontato.»
Prima di salutarli, chiese alla maestra se fosse possibile lasciare alla scuola una riproduzione di alcune pagine del quaderno.
Desiderava conservare l’originale, ma le avrebbe fatto piacere che i bambini potessero studiarlo.
Ersilia accettò con gratitudine, spiegando che avrebbero concordato insieme quali pagine utilizzare e in quale modo.
Nora uscì dal cancello con la sensazione di aver conosciuto una persona diversa da quella incontrata la prima volta.
Cesira non era cambiata.
Era cambiato il modo in cui lei aveva imparato ad ascoltarla.
Il mattino seguente raccontò ai compagni l’esperienza vissuta.
Parlò del quaderno, delle lettere, delle difficoltà incontrate dalla donna e del desiderio di studiare che l’aveva accompagnata per tutta la vita.
Giona rimase particolarmente colpito.
«Pensate che noi qualche volta ci lamentiamo perché dobbiamo andare a scuola.»
«Anche io», ammise Leda.
La maestra li invitò a riflettere sulle opportunità educative che oggi molti bambini possono avere e sulle difficoltà che, in epoche diverse e in differenti condizioni sociali, hanno limitato l’accesso all’istruzione.
Non trasformò però quella conversazione in una predica.
Preferì chiedere agli alunni di scrivere ciò che li aveva colpiti maggiormente.
Nora raccontò della donna che conservava ancora il proprio quaderno scolastico.
Giona scrisse di aver scoperto quanto potessero essere differenti le esperienze delle persone nate nello stesso paese.
Leda rifletté sul fatto che alcune attività quotidiane, pur essendo fondamentali per la vita delle famiglie, raramente trovavano spazio nei libri di storia.
Nei giorni successivi, la maestra raccolse gli elaborati e organizzò con gli alunni una nuova occasione di condivisione, questa volta nella biblioteca.
Fu preparato uno spazio dedicato ai ricordi della vita quotidiana, nel quale vennero esposti alcuni disegni, brevi testi e riproduzioni di materiali concessi dalle famiglie.
Tra questi comparivano alcune pagine del quaderno di Cesira.
L’iniziativa non attirò subito una grande folla.
Il primo pomeriggio arrivarono poche persone, soprattutto genitori e nonni degli alunni.
Il giorno successivo si fermarono alcuni abitanti che avevano saputo dell’esposizione attraverso conoscenti. Qualcuno accompagnò un amico e altri tornarono per osservare meglio i materiali.
Le conversazioni nacquero spontaneamente.
Un uomo ricordò che suo padre aveva svolto un mestiere ormai poco diffuso. Una donna raccontò di aver frequentato una scuola diversa da quella mostrata nelle fotografie. Un altro visitatore suggerì di approfondire la storia di alcune attività agricole.
Alcuni lasciarono il proprio recapito alla scuola, offrendo la disponibilità per eventuali incontri futuri.
Il progetto cominciò così a raggiungere persone che non avevano figli o nipoti tra gli alunni.
Le ricerche continuarono a circolare attraverso le conversazioni nelle famiglie, nei negozi e negli spazi frequentati dagli abitanti del paese.
Un’anziana invitò una vicina a visitare la biblioteca, perché aveva riconosciuto in un disegno una strada che frequentavano da bambine.
Un artigiano, dopo aver visto gli elaborati, propose di organizzare un laboratorio sulle lavorazioni tradizionali.
Un giovane, interessato alla storia locale, si offrì di aiutare gli insegnanti a digitalizzare parte del materiale, in modo che potesse essere conservato e consultato più facilmente.
La scuola accolse queste disponibilità, valutando di volta in volta quali attività fossero realizzabili e quali autorizzazioni fossero necessarie.
Non ogni ricordo venne pubblicato, né tutte le fotografie raccolte furono utilizzate. Alcune persone preferirono contribuire soltanto attraverso una conversazione privata, altre concessero l’uso di determinati materiali.
I bambini impararono così che raccontare la vita degli altri comportava anche il dovere di rispettarne le scelte.
Nel frattempo, Cesira aveva cominciato a frequentare occasionalmente la biblioteca.
La prima volta si presentò con una richiesta particolare.
«Vorrei prendere in prestito un libro.»
La bibliotecaria le mostrò alcuni volumi, ma la donna spiegò che desiderava leggere qualcosa di adatto ai ragazzi.
«Voglio capire che cosa studiano e che cosa piace ai bambini di oggi.»
Scelse un libro di racconti e tornò a casa.
La settimana successiva, quando incontrò Nora davanti alla biblioteca, le domandò se lo avesse già letto.
La bambina rispose di sì.
Cominciarono a parlare dei personaggi e delle parti che avevano apprezzato maggiormente.
Da quel momento, ogni volta che avevano occasione di vedersi, trovavano sempre un argomento sul quale confrontarsi.
A volte parlavano di libri, altre volte di scuola o delle attività che Nora svolgeva insieme ai compagni.
Cesira raccontava ancora qualche episodio del passato, ma era diventata curiosa anche delle esperienze della bambina.
«Adesso fate tante cose che quando ero piccola non potevamo neppure immaginare», osservò un giorno.
«E tu conosci tante cose che noi non sappiamo», rispose Nora.
La donna sorrise.
Quel semplice scambio aveva creato un’amicizia improbabile tra due persone appartenenti a generazioni lontane.
Intanto si avvicinava la fine dell’anno scolastico.
La maestra Ersilia decise di dedicare una delle ultime lezioni a ripercorrere le esperienze vissute durante il progetto.
Chiese ai bambini di prendere il primo tema scritto mesi prima e di rileggerlo.
Nora ritrovò il proprio quaderno e cercò immediatamente la frase che aveva attirato l’attenzione della maestra.
«Nel nostro paese, tanti anni fa, non succedeva quasi niente.»
La osservò a lungo.
Le sembrava strano aver scritto quelle parole.
Adesso conosceva storie di bambini che avevano frequentato scuole differenti, di artigiani che avevano dedicato anni all’apprendimento di un mestiere, di persone che lavoravano nei campi e di famiglie che avevano affrontato periodi difficili.
Soprattutto, ricordava il pomeriggio trascorso nella casa di Cesira.
Le tornò in mente il vecchio quaderno, la calligrafia ordinata e la voce della donna mentre spiegava perché non aveva potuto continuare a studiare.
«Maestra, posso correggere il mio tema?»
«Certamente.»
Nora cancellò l’ultima frase con una linea sottile, lasciandola comunque leggibile.
Sotto ne scrisse un’altra.
Ersilia si avvicinò.
«Che cosa hai cambiato?»
La bambina le mostrò il quaderno.
Aveva scritto: «Nel nostro paese sono successe tante cose che io non conoscevo, perché non avevo mai pensato di chiederle a chi le aveva vissute.»
La maestra lesse e sorrise.
«Ti piace di più così?»
«Sì. Però mi sono accorta che ci sono ancora tante persone con cui non abbiamo parlato.»
«È vero.»
«Allora forse non abbiamo finito.»
Ersilia guardò gli altri bambini, ancora impegnati a rileggere i propri elaborati.
«Credo proprio di no.»
L’ultimo giorno di scuola arrivò con il caldo dell’estate e l’agitazione delle vacanze ormai vicine.
I bambini svuotarono i banchi, sistemarono i libri negli zaini e salutarono gli insegnanti.
Nora tornò a casa insieme a Giona e Leda.
Lungo la strada parlarono dei giochi che avrebbero organizzato durante l’estate e delle giornate che desideravano trascorrere all’aperto.
Quando arrivarono davanti alla biblioteca, notarono un uomo che osservava alcune fotografie esposte vicino all’ingresso.
Era un abitante del paese che aveva partecipato a uno degli incontri organizzati dalla scuola.
«Siete voi i bambini che stanno raccogliendo le storie degli anziani?»
«Sì», rispose Giona.
«Allora dovreste conoscere mia madre. Ha lavorato per tanti anni in una piccola attività commerciale e ricorda molte cose di quando questa strada era diversa.»
Nora si fermò.
«Abita qui vicino?»
L’uomo le indicò una casa poco distante.
«Se volete parlarle, chiedete prima ai vostri genitori di accompagnarvi. Credo che le farebbe piacere.»
La bambina ringraziò.
Leda osservò Nora mentre cercava una matita nello zaino.
«Che cosa fai?»
«Mi segno il nome, altrimenti lo dimentico.»
Giona scoppiò a ridere.
«Ma Nora, la scuola è finita!»
«Lo so.»
«E allora perché continui a cercare storie?»
Nora richiuse il quaderno.
«Perché voglio scoprire come vivevano le persone prima di noi.»
I tre bambini si salutarono e ripresero ciascuno la propria strada.
Qualche giorno dopo, durante una passeggiata con la madre, Nora decise di raggiungere la casa di Cesira.
Il cancello era aperto e la donna stava sistemando alcuni vasi nel cortile.
Quando la vide, lasciò l’annaffiatoio e le andò incontro.
«Come va la scuola?»
«È finita. Adesso sono in vacanza.»
«Allora avrai tanto tempo per giocare.»
«Sì. Però vorrei anche continuare a leggere.»
Cesira sorrise e la invitò a sedersi.
Parlarono del libro che avevano letto entrambe, poi la donna raccontò di aver incontrato alcune persone alla biblioteca e di aver scoperto che anche loro conservavano vecchi quaderni scolastici.
«Mi hanno detto che forse li porteranno a far vedere agli insegnanti.»
Nora sorrise con entusiasmo.
«Davvero?»
«Sì. Pare che la vostra ricerca abbia fatto venire a molti la voglia di ricordare.»
La bambina si guardò intorno.
Il cortile era tranquillo. Si sentiva il rumore leggero delle foglie mosse dal vento e, di tanto in tanto, una voce proveniente dalle case vicine.
Pensò a quando, qualche mese prima, era arrivata lì insieme alla maestra e ai compagni.
Allora Cesira non aveva voluto raccontare nulla.
Adesso, invece, parlava con piacere delle persone incontrate, dei libri letti e delle nuove storie che altri abitanti desideravano condividere.
«Signora Cesira, posso chiederti una cosa?»
«Ancora una domanda?»
«Una soltanto.»
«Sentiamo.»
«Se non fossimo venuti a trovarti, ci avresti mai raccontato tutte queste cose?»
La donna ci pensò.
«Forse no. Non credevo che qualcuno potesse esserne interessato.»
Nora abbassò lo sguardo sul quaderno che teneva tra le mani.
«Io sono contenta che tu abbia cambiato idea.»
Cesira le sorrise.
«Anch’io.»
Quando arrivò il momento di andare via, la bambina la salutò e raggiunse la madre che l’aspettava vicino al cancello.
La strada verso il centro del paese era illuminata dal sole del pomeriggio.
Passarono davanti ad alcune abitazioni, poi a una piccola bottega e infine alla biblioteca, dove due persone stavano osservando i lavori preparati dagli alunni.
Nora si fermò per qualche istante.
Riconobbe una delle fotografie utilizzate durante la ricerca e sentì un uomo raccontare alla persona che lo accompagnava un episodio della propria infanzia.
Le fece piacere ascoltarlo.
Non intervenne e non si avvicinò.
Riprese semplicemente a camminare accanto alla madre.
Nelle settimane successive le attività scolastiche lasciarono spazio alle vacanze estive, ma le conversazioni nate durante il progetto continuarono.
Alcune famiglie recuperarono vecchie fotografie, altre tornarono a parlare di parenti e conoscenti che avevano lasciato il paese. In biblioteca arrivarono nuove richieste di informazioni sulla storia locale e qualche abitante propose di mettere a disposizione documenti e testimonianze per future attività.
Non accadde tutto nello stesso giorno e non parteciparono tutti.
C’era chi continuava a non mostrare interesse, chi preferiva custodire i propri ricordi in famiglia e chi, invece, trovava piacere nel raccontarli.
La maestra Ersilia, quando incontrava qualcuno per strada, riceveva spesso domande sul progetto.
Le chiedevano se l’anno successivo la scuola avrebbe continuato le ricerche, se i bambini avrebbero visitato altri luoghi e se ci sarebbe stata la possibilità di partecipare agli incontri.
Ersilia rispondeva che avrebbe cercato di dare continuità al lavoro, coinvolgendo i colleghi e organizzando nuove attività insieme agli alunni.
Nel frattempo, la signora Cesira aveva cominciato a prendere regolarmente libri in prestito.
Non sempre sceglieva racconti destinati ai bambini. Qualche volta preferiva romanzi, altre volte libri di storia e raccolte di testimonianze.
Quando incontrava Nora, le raccontava ciò che aveva letto e ascoltava volentieri le sue opinioni.
Una sera, mentre stava sistemando il vecchio quaderno scolastico in un cassetto, Cesira si fermò a osservare una pagina sulla quale, molti anni prima, aveva scritto un breve componimento.
Ricordò l’insegnante che glielo aveva corretto e il piacere provato quando aveva ricevuto un complimento per la propria scrittura.
Chiuse il quaderno e lo ripose con cura.
Poi prese un foglio bianco.
Era passato moltissimo tempo dall’ultima volta in cui aveva scritto qualcosa per il semplice desiderio di farlo.
Si sedette vicino alla finestra e cominciò a raccontare un ricordo della propria infanzia.
Non sapeva se lo avrebbe mostrato a qualcuno.
Per il momento desiderava soltanto metterlo per iscritto.
All’inizio le parole arrivarono lentamente. Poi, una frase dopo l’altra, riaffiorarono nomi, luoghi e particolari che credeva di aver dimenticato.
Continuò a scrivere finché la luce del giorno cominciò a diminuire.
Quando posò la penna, aveva riempito diverse pagine.
Le rilesse con attenzione e, accanto a un passaggio del quale non era sicura, aggiunse una piccola annotazione per ricordarsi di verificarlo.
Il giorno successivo telefonò alla maestra Ersilia.
«Ho scritto alcuni ricordi», le disse. «Se possono essere utili per le vostre ricerche, mi piacerebbe farveli leggere.»
Ersilia la ringraziò e concordò con lei un incontro.
Quella sera la maestra ripensò al percorso iniziato mesi prima, quando aveva letto il tema di una bambina convinta che nel proprio paese, tanti anni addietro, non fosse accaduto quasi nulla.
Non avrebbe immaginato che una semplice attività scolastica potesse raggiungere tante famiglie, far incontrare persone appartenenti a generazioni differenti e spingere una donna anziana a riprendere la penna per raccontare la propria vita.
Né avrebbe potuto prevedere che alcuni bambini avrebbero continuato a fare domande anche durante le vacanze, incuriositi da ciò che avevano scoperto.
Ripose gli appunti del progetto e pensò alle nuove attività che avrebbe potuto organizzare al ritorno a scuola.
C’erano ancora luoghi da studiare, documenti da consultare e testimonianze da ascoltare.
Ma soprattutto c’erano persone che avevano cominciato a guardare con maggiore interesse la storia del paese nel quale vivevano.
Intanto, nell’ultima casa della strada, Cesira aveva lasciato il proprio racconto sul tavolo, accanto al vecchio quaderno scolastico.
Il giorno dopo avrebbe rivisto la maestra per parlarne.
Prima di andare a dormire, si affacciò alla finestra.
In lontananza si distinguevano alcune luci del centro abitato.
Da bambina aveva percorso tante volte quelle strade. Conosceva le famiglie che vi abitavano, ricordava negozi che avevano cambiato attività e persone che ormai non c’erano più.
Per molti anni aveva creduto che quei ricordi interessassero soltanto a lei.
Poi erano arrivati una maestra e alcuni bambini, con domande semplici alle quali non aveva voluto rispondere subito.
Adesso quelle domande l’avevano riportata davanti a un foglio bianco.
Cesira rimase ancora qualche istante alla finestra, poi rientrò.
Sul tavolo, accanto alle pagine appena scritte, posò un altro foglio.
Questa volta non aveva bisogno che qualcuno le chiedesse di raccontare.
Aveva già deciso da dove cominciare.

