Tanta pioggia, inondazioni e frane a Petropolis, una città nella regione montuosa di Rio de Janeiro, in Brasile. Case distrutte, numerose vittime e molte persone sfollate. Un evento catastrofico che non si verificava da almeno 90 anni e che ha ridotto la città in ginocchio, senza acqua né elettricità.
Lo scorso gennaio Greenpeace Brasile aveva denunciato, sulla base di dati ufficiali dell’agenzia spaziale brasiliana che “la deforestazione nella più grande foresta tropicale del pianeta è fuori controllo”, con 430 km² disboscati in un solo mese.
L’ong ha evidenziato che già ad inizio 2022 il 22,5% delle aree segnalate per allerta deforestazione era concentrato in foreste pubbliche non destinate al disboscamento, sottolineando il persistere e l’aumento del fenomeno del “land grabbing”, l’invasione e l’accaparramento delle terre pubbliche nei paesi in via di sviluppo da parte di grandi imprese transnazionali. Tali pratiche non sono necessariamente da considerarsi negative, poiché potrebbero garantire investimenti utili alle economie locali in termini di crescita e occupazione, eppure spesso si risolvono nel loro contrario, con un impoverimento delle risorse disponibili allo sviluppo locale.
In Brasile si teme che queste pratiche finiscano con il distruggere ciò che di più prezioso l’umanità ha a disposizione: il suo polmone verde. Alta è la preoccupazione per la discussione, attualmente attiva in Senato, di due preoccupanti proposte (PL2.633/20 e PL 510/21) che mirano a regolarizzare il “land grabbing”.

