Un bambino di nome Vasco

di Manuela Acquafresca

Un bambino di nome Vasco di Manuela Acquafresca

Bimed I racconti di Bimed
Cilento - martedì 28 novembre 2023
cielo mare
cielo mare © personale

Mi chiamo Vasco, che probabilmente è solo una variante di Basco, e significa “SPACCONE”.

Questo, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome, affascinata dalla storia di

un certo Vasco Da Gama, un portoghese che, a quanto pare, ebbe la fortuna di guidare le navi del

RE del Portogallo, Emanuele I, verso l’Oriente.

Sono nato nell’ultima stanza buia di una casa buia e sono cresciuto fra mobili e oggetti antichi, libri

scritti in latino e un’infinità di cianfrusaglie alle quali non ho mai dato molta importanza.

Sono cresciuto a pane e burro e a gocce di limone spremute negli occhi per guarirli dalle infezioni.

Sono mezzo selvatico, amo leggere, sono perspicace, curioso, ingegnoso e piuttosto imbarazzante,

come mi definisce mia madre, quando non mi rivolgo troppo educatamente verso gli adulti che

popolano la nostra casa.

Sì, vivo in una casa affollata perché mia madre, per sopravvivere, si è vista costretta ad affittare

alcune delle stanze, compresa quella buia in fondo al corridoio dove sono venuto alla luce.

Non sapevo ancora camminare che già sgattaiolavo fuori casa gattonando fino a raggiungere il

ponte delle imbarcazioni, attratto da quelle vele colorate che si agitano al vento.

«Vascoooo mi farai morire!» urlava mia madre agitando le braccia al cielo quando, qualche anno

dopo, mi ripescava, zuppo e sognante, dalle acque di un mare gelido.

Per farmi stare “tranquillo” decise di riempire, di oggetti stravaganti trovati qua e là nei mercatini

dell’antiquariato, un vecchio baule, simile a un forziere dei pirati, che lei chiamò il baule delle

meraviglie.

«Se sarai bravo, oggi potrai aprirlo e chissà se lì dentro troverai qualcosa di nuovo e interessante».

Fu proprio a causa di quelle infantili scoperte però che, qualche anno dopo, iniziai a sognare di fare

l’astronauta e non il navigatore, come tutti si aspettavano, vista la mia passione per il mare e le

imbarcazioni.

L’origine di tutto ciò, fu la scoperta di quello strano marchingegno chiamato ASTROLABIO che,

nell’antichità, serviva per misurare la distanza fra gli astri: Sole, Stelle, Luna e tutto ciò che

galleggia nella volta celeste.

Così un giorno, rigirando fra le mani quell’oggetto appartenuto a chissà chi, mi ritrovai col naso

all’insù a contemplare il cielo con la curiosità che mi divorava dentro.

Iniziai a fare mille domande a mia madre alle quali non ebbi mai risposta.

In qualche modo lei era sempre indaffarata a pulire le stanze degli ospiti e non aveva tempo da

perdere in inutili spiegazioni, così diceva.

Per saziare quella mia famelica curiosità però, stressata dai miei inseguimenti, mi regalò un paio di

libri sullo Spazio.

Oltre all’Astrolabio, in quel baule, trovai anche un vecchio cannocchiale astronomico.

Quel marchingegno era poco più moderno di quello che, nel lontano 1609, Galileo costruì per

vedere i monti e le valli della Luna e grazie al quale scoprì i quattro satelliti di Giove e molte stelle.

Nonostante quel cannocchiale non fosse un granché professionale, mi fece comunque scoprire

meravigliose costellazioni invisibili ad occhio nudo.

Così crebbi con la convinzione che, prima o poi, sarei partito alla volta di quell’immensità che

circonda la Terra, certo di scoprire altre forme di vita e chissà quanto altro.

Al mio undicesimo Natale, mia madre mi regalò un telescopio professionale con Specchio

Diagonale a 45°con Filtro lunare, Treppiede regolabile e zaino, e le mie serate divennero

indimenticabili.

Esplorare la volta celeste alla ricerca di qualche segreto cosmico legato alle stelle, era diventato il

mio unico passatempo.

Una notte d’estate, mentre insieme al figlio dodicenne di alcuni ospiti del nostro B&B osservavo il

cielo e l’aria intorno a noi odorava di mare e si riempiva di zanzare, mi accorsi che, accanto alla

Luna, c’era qualcosa di insolito.

«Lo vedi anche tu?»

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